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Il coraggio di essere eterni

Se ci soffermiamo sulle varie ipotesi riguardo l’etimologia della parola AMORE, ne troviamo una che sembra poco probabile ma particolarmente suggestiva: A-MORS (senza morte). Al di là che sia vera o meno, ricordo che la prima volta che l’ho letta si è accesa in me una scintilla, come se avessi sempre saputo che l’amore non ha fine, non ha limite, è eterno. Qualcuno potrebbe obiettare che il PER SEMPRE non esiste, ma parlando dell’infinito che alberga nella parola AMORE non intendo limitare questo “sentimento” alla sola relazione di coppia. Se fosse così, avrei già decretato la sua morte. L’amore, infatti, appartiene ad ognuno, appartiene alla vita, addirittura la genera. Amore è l’infinito mare, lo sconfinato cielo, il fiore che sboccia, il sole che dà il benvenuto ad ogni giornata, ma soprattutto è l’edera che cresce sulle case, il germoglio che buca il cemento, l’arcobaleno dopo la tempesta. Ungaretti, nella sua poesia “Veglia”, proprio durante la notte passata a fianco ad un compagno di guerra ormai morto, ci comunica che ha scritto lettere piene d’amore e “Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”.

In un momento come quello che stiamo vivendo ora, in cui le certezze diminuiscono e alcuni parlano di una guerra in corso (quella tra noi e il virus), mi sento come Ungaretti, sento che l’amore che genera vita (in senso lato) è ciò che conta, che ci salva, che ci rende eterni e immensi, che ci fa brillare nell’oscurità perché ci dà il CORAGGIO di mostrare la luce che ognuno di noi possiede se le permettiamo di

Foto di DarkmoonArt_de da Pixabay manifestarsi.

E’ proprio in periodi di buio come questo che essere luce è urgente per permettere a noi stessi e agli altri di orientarsi nel caos che incalza. Paradossalmente, però, chi è luce è ben visibile perché è proprio l’oscurità maggiore che fa risaltare ciò che brilla. L’invito è dunque quello di essere amore e contagiare il più possibile chi ci sta intorno. E’ un po’ come camminare al buio in un bosco, fidandosi della propria luce interiore che, se emaniamo, può essere vista non solo da chi abbiamo vicino, ma anche da chi ci scruta da lontano, come se fossimo una lucciola in un prato. Tuttavia, decidere di fare il primo passo e di dare spazio ad altro rispetto al buio prevede coraggio; non a caso prima l’ho citato. Dall’etimologia di questa parola si può dire che chi ha coraggio, ha cuore. Dunque, per amare bisogna avere coraggio e per avere coraggio bisogna amare! La direzione è a doppio senso perché l’uno integra/alimenta l’altro e non può esistere senza. Pertanto, la scelta sta a noi: preferiamo andare a tentoni nel buio o orientare il nostro percorso? Preferiamo rischiare di rimanere o di cambiare? A voi l’ultima parola.

Con amore,

Valeria

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