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ESSERE UNO INSIEME

Forse la felicità sta proprio qui: dimenticare se stessi e farsi vivere dal mondo.

Umberto Galimberti



“Cosa succederà quando usciremo da questa emergenza?”

“Torneremo alla vecchia normalità?”

“Questo periodo ci avrà cambiato?”


Queste sono solo alcune delle domande che rimbalzano senza tregua in questo tempo sospeso che ognuno sta vivendo a suo modo e che è ancora difficile da interpretare visto quanto ci siamo dentro. Per alcuni è stato un momento rivelatore, per altri una vera prigione. Indipendentemente dal modo in cui l’abbiamo vissuto, vorrei soffermarmi su ciò che potrebbe aver risvegliato, e, per coloro che faticano a vederne le potenzialità, riporto un pensiero di Josè “Pepe” Mujica, tratto dal libro Non fatevi rubare la vita: “Possono rinchiudervi, incarcerare il vostro corpo, ma ancora non è possibile incarcerare la vostra testa, la vostra immaginazione, i vostri sentimenti. Perfino in un carcere, se cercherete qualche traccia di vita, potrete accorgervi che le formiche gridano. Magari non mi credete, ma se prendete tra le mani una formica e la osservate da vicino, vi renderete conto che grida. E se vi permettono di leggere, come è accaduto a me, potrete costruire un mondo. Il tempo in cui sono stato in prigione è stato forse quello in cui ho imparato di più. Lì ho scoperto cose che hanno completamente cambiato il mio modo di vedere il mondo. […]

Perciò vi dico: si apprende molto più dal dolore che dal benessere. Per questo difendo la vita e invito le persone ad avere il coraggio di vivere. Il che non significa non provare dolore, ma superarlo e trarre qualcosa di buono da ogni frustrazione”.

Foto di Mystic Art Design da Pixabay

A partire da queste parole e considerando il momento attuale, credo che ognuno di noi, più o meno consapevolmente, abbia ora più chiaro cosa sia importante e cosa invece superfluo nella propria vita. Abbiamo riscoperto l’essenziale in circostanze completamente opposte: ne abbiamo sperimentato la mancanza o l’assidua presenza come mai avevamo fatto prima d’ora. Ma soprattutto l’umanità intera si è trovata in questa situazione nello stesso momento. In qualche modo ci siamo sentiti uniti, ci siamo sentiti parte di una grande crisi che potrebbe diventare grande opportunità. Anche la tecnologia ci ha permesso di sentirci vicini nella lontananza, più di quanto avessimo sperimentato finora, e una connessione profonda tra esseri umani, oltre che tra esseri umani e natura, ha mantenuto vivo il nostro spirito. E’ proprio di questa fusione tra noi e ciò che è fuori di noi che vorrei parlare. Da un lato c’è l’incanto di sentirsi parte di un’umanità estesa che, INSIEME, potrebbe creare qualcosa di nuovo, dall’altro c’è la magia di sentirsi natura, dunque di sentirsi UNO.

Per quanto riguarda il primo punto, vorrei citare nuovamente Josè “Pepe” Mujica, con la speranza che il post-epidemia porti a questa consapevolezza: “Ho fiducia che l’uomo sarà capace di costruire società infinitamente migliori se avrà il coraggio di guardare a quelle più antiche che stanno al fondo della storia umana. Non per tornare all’uomo delle caverne, ma per imparare la generosità che ci occorre per difendere la vita, per capire la cosa più elementare, la più semplice di tutte: per essere felici abbiamo bisogno degli altri. Da soli non siamo nulla. Noi singoli individui dipendiamo dalla società, e il suo sviluppo ci permette di arricchire e migliorare di continuo la nostra esistenza”.

Circa il secondo punto, invece, vorrei soffermarmi sulla rinascita della natura che attualmente, essendo primavera, si è manifestata in modo impetuoso, ma che grazie al nostro rinchiuderci in casa ha potuto, in alcuni casi, riappropriarsi dei suoi spazi, quelli che noi umani le avevamo sottratto. Considerando questo fatto si potrebbe pensare che la relazione tra uomo e natura sia un’eterna lotta per la conquista, ma se capovolgiamo la prospettiva si tratta di capire che noi siamo parte di questa natura e che nel momento in cui non siamo più in equilibrio con lei, questa approfitta della nostra assenza per guadagnare spazio, quello di cui noi c’eravamo appropriati trascurandola. E’ qua che entra in gioco il differente punto di vista, quello per cui non esiste separazione tra noi e ciò che è fuori di noi, quello che prevede rispetto e amore reciproco in un’ottica inclusiva e sacralizzante.

Pirandello l’ha saputo dire con grande maestria in Uno, nessuno e centomila : “[…] Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo … Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e Foto di M W da Pixabay dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni … muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori”. Per fare questo, dunque, non basta (o forse addirittura non serve) ragionare, bisogna crederci e sentirlo; in poche parole bisogna metterci il cuore perché, come diceva Madre Teresa di Calcutta, “La mente ci fa capire quanto siamo piccoli, il cuore quanto siamo grandi”. Tutto ciò ce lo sta insegnando la natura stessa che non smette di ricordarci quanto è immensa la vita perché come cantava Pierangelo Bertoli:

“[…] Eppure il vento soffia ancora

Spruzza l'acqua alle navi sulla prora

E sussurra canzoni tra le foglie

E bacia i fiori li bacia e non li coglie”.

Valeria Pilli

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